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Il macro problema delle micro e nano plastiche nei suoli

Scritto da Almo Nature | Feb 2, 2021 11:00:00 PM
    IL FRUTTETO ABBANDONATO Tutto ebbe inizio quando, nel novembre del 2020, dopo alcune verifiche sulle mappe catastali scoprimmo, che un lungo lenzuolo di terreno, abitato da una dozzina di alberi da frutto, era incluso nella proprietà agricola di Villa Fortuna acquisita dalla Fondazione Capellino. Per tutto il team fu una notizia entusiasmante perché avremmo avuto a disposizione degli ottimi frutti da alberi di varietà antiche e locali - meli, ciliegi, peri, noccioli e kaki - che potevamo salvaguardare per curarne la propagazione. Nonostante l’evidente stato di degrado in cui versava il frutteto, causata da anni di noncuranza e abbandono, non ci perdemmo d’animo e (armati di caschi, motosega, seghetti e falciatrice) iniziammo a liberare gli alberi dalle liane aggrovigliate e strozzanti di edera e vitalba. Proseguimmo eliminando piccoli ma densi agglomerati di rovi e un cannetto per ridare luce ai rami dei meli, ancora addobbati di succosi frutti; potando rami morti per poi usufruirne in forma di cippato, ovvero il materiale di copertura del suolo prediletto nei sistemi agroforestali sintropici. Ci stavamo già pregustando i frutti del successo dell’impresa.

 

LA DISCARICA ABUSIVA Ma il disordine creato da una selva indomita era quasi una strategia che la natura aveva adottato per coprire, quasi in senso di vergogna, tutte le nefande immondizie che i precedenti gestori vi avevano abbandonato. Man mano che la pulizia proseguiva, purtroppo, venivano alla luce una lunghissima serie di: sacchi, sacconi, sacchetti, cassette e contenitori di plastica; bidoni contenenti prodotti chimici; un furgone; strumenti agricoli, manuali e a motore, di ogni tipo (la fortuna ogni tanto assiste anche i matti e alcune cose ancora funzionanti e in buono stato le abbiamo recuperate!).
 
 
 
LA MACRO PLASTICA SI FRAMMENTA IN MICRO PLASTICA
Il nostro sconcerto aumentava via via che i cumuli di rifiuti si facevano più grossi ma, dopo una serie arzigogolata di telefonate con gli enti di riferimento e snervanti ping pong e attese, abbiamo dato inizio al trasporto organizzato verso le piattaforme ecologiche che trattano rifiuti speciali.

Durante le operazioni di pulizia abbiamo notato come piccoli frammenti di plastica colorata, derivati dal processo di disgregazione causato sicuramente dal passare del tempo, si fossero insinuati nel suolo e risultassero di difficile recupero. Come fare? Come eliminare i quantitativi di microplastiche presenti, fortunatamente localizzati, nel suolo? Che danni hanno provocato e/o provocheranno nella biodiversità vegetale e animale presente?
Abbiamo iniziato a documentarci tra articoli scientifici e approfondimenti accademici per trovare risposte alle nostre perplessità, e capire se ci fossero delle soluzioni praticabili.
 
LA PLASTICA INQUINA I SUOLI
Molto si è detto sull’inquinamento degli ambienti marini e fluviali, su cui sono già attivi e funzionanti molti progetti tesi al recupero delle plastiche. Tuttavia poco, anzi pochissimo, si è fatto sull’inquinamento dei suoli. Perché? Se è relativamente semplice separare le particelle di plastica dall’acqua, non lo è nel suolo e le tecnologie che abbiamo a disposizione non sono al momento abbastanza precise. È purtroppo sempre più evidente la presenza di plastiche nei suoli, la loro influenza sul funzionamento degli ecosistemi, il fatto che entrino nella catena alimentare sino ad arrivare alla placenta.

Un terzo della plastica prodotta nel mondo finisce nel suolo, e si stima che la quantità di plastiche negli ecosistemi terrestri sia da 4 a 32 volte maggiore di quella presente negli oceani. La crescita delle piante viene inibita dalle alte concentrazioni di plastica nel terreno. L’accumulo di residui plastici influenza anche l’idratazione del suolo, il trasporto dei nutrienti, l’attività dei microrganismi e la salinizzazione, contribuendo alla ritenzione di contaminanti come i pesticidi. Le microplastiche diventano parte della struttura del suolo legandosi alle particelle organiche. Con l’erosione causata da acqua e vento, queste particelle possono adirittura venir trasportate in luoghi lontani, raggiungendo bacini idrici e oceani. Le microplastiche sono poi ingerite da micro e mesofauna, come vermi, parassiti, collemboli, enchitreidi, accumulandosi così nella catena alimentare,  con un potenziale di bioamplificazione quando gli uccelli si nutrono di questi piccoli animali (Fao, Soil pollution: a hidden reality, 2018, www.fao.org/3/i9183en/ i9183en.pdf – N. R. Eugenio, 2018).
 
Il destino delle micro e nano-plastiche nell’ambiente e il suo impatto negli ambienti acquatici. In questa rappresentazione sono visualizzate le zone dove sono presenti microplastiche in alta concentrazione: zone industriali; atmosfera; impianti di depurazione delle acque; terreni agricoli; spiagge, porti e dighe; città e strade; discariche (Global Change Biology, Dec 2017). I tre cerchi in alto rappresentano uno zoom sugli effetti delle microplastiche nella composizione chimica nel suolo (Fuller & Gautam, 2016), nel microbioma (Mccormick et al., 2016) e nella biofisica ambientale (Huerta Lwanga et al., 2017; Liebezeit & Liebezeit, 2015; Maass et al., 2017; Rillig, Ziersch, et al., 2017; Zhu et al., 2018).
 

 
 
LE RISPOSTE DELLA RICERCA SCIENTIFICA
Le complesse dinamiche che caratterizzano l’habitat dei suoli, costituiscono un ostacolo non indifferente alla  ricerca scientifica, determinando una discrepanza tra i dati disponibili sugli ambienti marini e quelli terrestri.

Abbiamo cercato risposte anche attraverso un confronto a distanza con una delle maggiori figure di riferimento in Europa, la Prof.ssa  Giovanna Cristina Varese, del Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi presso l’ Università degli Studi di Torino. La Prof.ssa Varese sottolinea la scottante attualità dell’argomento, e come da anni lei e il suo team, in collaborazione con il Dipartimento di Chimica dell’Università di Torino, siano impegnati nella ricerca e nell’individuazione di ceppi di funghi capaci di degradare le nanoplastiche.

Le materie plastiche prodotte sono molteplici, con altrettante caratteristiche fisico-meccaniche, e la loro presenza in ambienti terresti deriva principalmente da: fanghi attivi smaltiti in campo; teli di pacciamatura; irrigazione con acque reflue; inondazioni; ricadute atmosferiche; abrasione dei pneumatici; scarico llegale di rifiuti…fino ad arrivare ai fiumi e ai mari. Arrivate nell’ambiente, le plastiche impattano sul bioma di tutti gli organismi viventi dell'ecosistema, causandone danni fisici e fisiologici, sino alla morte. É stato stimato che ogni essere umano, in media, ingerisce ogni settimana una quantità di micro e nanoplastiche pari alle dimensioni di una carta di credito.
 


Fibre di poliacrilico nel suolo
 
 
I FUNGHI MANGIA PLASTICA CI SALVERANNO?
Il processo che mira alla depurazione (totale o parziale) di terreni agricoli non ha ricette pronte all’uso e richiede tempi lunghi, ci riferisce la Prof.ssa Varese. La bonifica di un’area a Fidenza, ad esempio, l'ha tenuta impegnata col suo team per ben quattro anni! Si parte da un’accurata analisi in laboratorio di porzioni di suolo, per individuare le tipologie di micro e nanoplastiche presenti, per arrivare infine ad una selezione di funghi in grado di decomporle. Ad oggi, la maggior parte degli esperimenti di successo è avvenuta in laboratorio e sono ancora pochissime le applicazioni dirette in terreni agricoli. La Prof.ssa Varese, che ama il suo lavoro definendolo una forma di puro attivismo ambientalista, è ottimista e confida fortemente nei microrganismi che ci salveranno dai danni che l'uomo ha provocato.

Ma se da una parte i microorganismi ci aiuteranno a risolvere il problema, dall’altro gli enti pubblici e privati devono impegnarsi a sancire nuove normative e rendere più efficienti i sistemi di riciclaggio dei rifiuti. Ogni cittadino deve tener a mente che ogni sua azione ha dirette conseguenze su se stesso e sull’ambiente in cui vive.

Se non vogliamo continuare a mangiare carte di credito, ricordiamoci che la terra non è un bancomat!

a cura di Maria Zaramella